Voglia di comunità: religioni e nuove forme di solidarietà

 

Tiziano Vecchiato

 

 

1. Comunità

 

Se prendiamo come punto di osservazione il mondo dei servizi alle persone, la voglia di comunità ha trovato modo di esprimersi negli anni ’60 e ’70 anzitutto nel movimento contro l’istituzionalizzazione totale. Si è trattato di una azione “contro”, che quindi ha mirato prima di tutto a rimuovere le soluzioni che estraniavano la persona dalle proprie radici, la allontanavano la proprio spazio di vita, la rendevano dipendente da un sistema di aiuto che presumeva di poter dare risposte globali ai suoi bisogni. Per questo l’istituzionalizzazione rappresentava il prototipo negativo e contrario al “bisogno di radici”, di “personalizzazione”, di “comunità”.

Le soluzioni sperimentate sono state di diversa natura, con un minimo comune denominatore: la convivenza comunitaria, la personalizzazione dei legami, la tutela dei più deboli, uno spazio di vita in cui riconoscersi e sviluppare le proprie potenzialità.

I gruppi famiglia, i focolari, le comunità di accoglienza, le comunità di natura terapeutica, le comunità alloggio… sono state, sotto questa luce, risposte all’esigenza di contrastare l’istituzionalizzazione con nuove “soluzioni” di tipo solidaristico e comunitario.

Per capire più in profondità quanto è successo non è sufficiente considerare la ricerca di risposte ai bisogni, in questo caso delle cosidette persone “istituzionalizzate”:  minori abbandonati, persone disabili, malati mentali…, è anche necessario comprendere la domanda di condivisione e di investimento, politico ed esistenziale, che animava molti (non solo giovani), che si sentivano parte in causa di quei problemi e vedevano nell’impegno “in prima persona” una via obbligata per dare ad essi risposte socialmente ed eticamente sostenibili.

Questo incontro di esigenze verso bisogni altrui e propri è alla base alle molte esperienze di comunità sorte in quelli anni, numericamente minoritarie ma strategicamente capaci di porsi come nuovo paradigma di intervento sociale. I suoi caratteri distintivi possono essere così sintetizzati: farsi carico, condividere, testimoniare.

Il paradosso di questa impostazione sta nel fatto che la componente tecnica (nel senso professionale del termine) risultava secondaria e implicita in una strategia che faceva prevalere l’investimento personale e sociale su quello tecnico e professionale.

Ma nel contempo proprio la messa in ombra e la riduzione della portata dei requisiti tecnici necessari per “farsi carico” in modo efficace dei bisogni delle persone – oggi diremmo basati su evidenze scientifiche – ha innescato una ricerca e una elaborazione, anche teorica, sui modi e condizioni per promuovere il lavoro di e in comunità.

Il binomio “scelta di vita – attività professionale” ha accompagnato per molto il dibattito, dividendo i protagonisti e consolidando, da una parte, esperienze di vita che non volevano “diventare servizi di comunità”, ma “essere comunità”, che accoglie e che condivide i problemi.

Al contrario, da un’altra parte, si sono create premesse per organizzazioni di servizio a carattere comunitario, che cioè basano il loro intervento su esperienze a “socialità limitata”, protetta cioè dentro contenitori di tipo comunitario, caratterizzati come sistema di offerta di questa natura.

I risultati di questa dialettica sono meglio riconoscibili se visti nella attuale mappa degli interventi di tipo comunitario, con una chiara prevalenza dei secondi sui primi.

Sembra quindi perdente la prospettiva che ha generato il nuovo, ma che per continuare ad alimentarlo aveva ed ha bisogno di non far coesistere i tre requisiti che in certo senso ne hanno costituito i suoi caratteri distintivi e generativi, cioè “farsi carico, condividere, testimoniare”. Dai pionieri si è passati ai colonizzatori, dai profeti agli organizzatori… dei fattori produttivi necessari per garantire risposte di tipo comunitario su più vasta scala.

In questo modo è stato sostanzialmente modificato uno dei fattori generativi delle esperienze di comunità nei servizi alle persone, che spesso hanno portato a far coesistere, anzi a coincidere la scelta di vita con la scelta di fede.

Non a caso tra i pionieri erano molti i religiosi. Alcuni di essi sono nel tempo diventati protagonisti e interlocutori privilegiati nel dibattito culturale e politico. Hanno sviluppato organizzazioni di servizio ramificate nel territorio. Hanno dato sviluppi talora imprenditoriali a potenzialità implicite nelle proprie origini. La voglia di testimonianza su vasta scala è così prevalsa sulla micro-testimonianza tipica delle origini.

Anche per questo le risposte di comunità sono oggi molto più numerose che in passato. Si tratta spesso di cose diverse dalle esperienze che le hanno generate: da voglia di comunità a risposte di comunità.

Un carattere di questa evoluzione si può notare nel modo attuale di guardare ai problemi che richiederebbero risposte comunitarie. Quando negli anni ’70 alcuni definivano “gruppi appartamento” quello che altri chiamavano “comunità alloggio”, lo facevano per marcare il carattere di integrazione sociale della propria scelta, che non era comunitaria solo al proprio interno ma anche nel suo modo di radicarsi nel tessuto sociale. Questo ha generato tensioni tra l’ideologia dell’accettazione e la voglia di ripulsione e di separazione dai servizi di comunità, senza superare la soglia di guardia, cioè di una espulsione della comunità dalla propria comunità locale di riferimento, grazie soprattutto all’autocensura ideologica.

Oggi è molto più facile trovare soluzioni in cui è riconoscibile una sostanziale separazione dei servizi di comunità dal proprio contesto. Non ha caso si paventano rischi di neoistituzionalizzazione, cioè di tendenza a separarsi dalla sofferenza, dall’esclusione sociale, legittimando la realizzazione di aree separate (classificabili come istituzionalizzanti, alla stregua delle vecchie discariche della sofferenza) in cui gestire le risposte a particolari bisogni.

Una differenza dal passato sta nel fatto che oggi questo andamento, per certi aspetti perverso, avviene tramite micro contenitori “comunitari”, quindi più mimetizzati nell’ambiente, meno visibili, più facilmente certificabili. In passato si aveva a che fare con grandi strutture di contenimento della sofferenza, più facilmente riconoscibili nella loro portata istituzionalizzate e quindi meglio stigmatizzabili.

 

2. Solidarietà

 

La solidarietà può esprimersi in diverse forme, riconoscibili negli obiettivi che essa si pone, nei suoi destinatari, nelle soluzioni organizzative adottate. Si parla di solidarietà ristrette e di solidarietà di più ampio respiro, a seconda che i loro benefici vadano a vantaggio di poche o di tante persone. Le forme organizzative della solidarietà sono infatti frutto del maggiore o minore altruismo che ispira la loro azione.

L’impatto della solidarietà del “noi per noi”, in senso restrittivo del termine, è diversa da quella del “noi per loro” o del “noi per tutti”, basata sull’impegno altruistico di chi, in modo disinteressato, si impegna a favore di altri (soggetti deboli, minoranze etniche, gruppi di popolazione con particolari difficoltà, gruppi di persone con bisogni particolari), di chi cioè investe nell’impegno sociale senza contropartite di ritorno, a fini di bene comune, per migliorare la qualità della convivenza sociale, per ridurre le disuguaglianze,per favorire l’incontro tra diritti e doveri sociali.

La modalità di tipo “noi per noi e per i nostri” è presente nelle esperienze di automutuo aiuto, dove la gravità del bisogno e le mancate risposte (da parte delle istituzioni o di altri interlocutori) rendono necessarie azioni di advocacy, di tutela e promozione, ad esempio nell’area della disabilità, della malattia mentale…, cioè in settori dove la debolezza costitutiva di alcune persone si somma alla precarietà delle risposte istituzionali e sociali.

Negli anni recenti il tema della sussidiarietà è diventato di grande interesse anche se di tratta di un’istanza che la Costituzione aveva delineato chiaramente già a metà del secolo scorso. A partire dagli anni ‘70 si erano trovate risposte nel Dpr n. 616/77 di decentramento amministrativo, nella riforma sanitaria, come pure in altre aree di rilevante interesse sociale. Negli anni 90 questa esigenza ha trovato vigore nella riforma delle autonomie locali, negli statuti comunali, nelle leggi che hanno valorizzato l’impegno solidale (ad esempio le leggi sul volontariato e sulla cooperazione sociale).

In sostanza le domande a cui dare risposta erano e sono inerenti la partecipazione di base, i processi comunitari, la gestione locale delle decisioni, la promozione dei diritti e doveri sociali delle persone, l’articolazione locale delle responsabilità, la costruzione di un sistema di autonomie capace di interpretare in modo nuovo la domanda di protagonismo sociale dei diversi soggetti presenti nella comunità.

Le possibilità di partecipazione ne sono uscite talora rafforzate, anche grazie alla presenza di un volontariato attivo nella scena politica e capace di rappresentare le istanze dei soggetti deboli sui tavoli delle decisioni.

Da una parte quindi una sussidiarietà vista come responsabilizzazione, come affrancamento da decisioni centralizzate, come pratica di nuova cittadinanza, basata su una visione sostanzialmente positiva che tende ad assimilare la sussidiarietà alla solidarietà.

Da un’altra può non essere così, cioè sussidiarietà come strategia per organizzare in modo localistico e corporativo interessi settoriali, poco propensi a guardare in modo solidaristico e globale alla sviluppo comunitario.

Le spinte autonomistiche, evidenti nella scena politica mostrano il volto poco altruista della sussidiarietà, sostanzialmente centrato su solidarietà  responsabilità limitata del tipo “noi per noi e per i nostri”. Si tratta di un fenomeno non circoscrivibile ad uno schieramento politico, visto come si è rapidamente affermato il primato delle solidarietà a responsabilità limitata, che circoscrivono la portata dell’incontro tra diritti e doveri ad ambiti territoriali limitati a gruppi definiti di popolazione.

A fronte dunque di espressioni positive, come spesso accade nei servizi alle persone, possiamo assistere allo sviluppo di forme negative, come le “solidarietà” di interessi omogenei, disposte a travalicare la soglia della legalità per meglio amministrare la gestione corporativa degli egoismi.

Il fattore discriminante tra le prime e le seconde è insito nelle scelte di valore e nella ragioni etiche che fanno delle prime un capitale sociale e delle seconde un ostacolo alla convivenza civile di tipo solidaristico.

Non si tratta quindi di guardare alla sussidiarietà in modo ingenuo, in termini di soluzione ai deficit di solidarietà che tuttora bloccano lo sviluppo sociale e rendono difficile la rimozione degli ostacoli che impediscono la promozione e lo sviluppo di ogni persona, anche di quelle più deboli.

Si tratta invece di far tesoro dell’esperienza e capire come far incontrare solidarietà e sussidiarietà a livello comunitario su nuove basi culturali e strategiche.

Gli esempi, in positivo e in negativo, non mancano, soprattutto se consideriamo situazioni dove sussidiarietà e federalismo hanno una lunga tradizione e dove quindi dovremmo meglio vedere i risultati degli investimenti in termini di promozione sociale delle persone e delle comunità locali.

Gli Stati Uniti sono tra questi e in un certo senso rappresentano un case study di grande interesse. Abbiamo infatti a disposizione “in natura” (nel senso sociale del termine) un sistema sociale dove sussidiarietà e responsabilità personale sono fortemente intrecciate tra loro.

Nel tempo questa sensibilità si è trasformata in un sistema di welfare dove la sussidiarietà è diventata il soggetto (la regola), gli interventi istituzionali un complemento possibile, la solidarietà un accessorio discrezionale.

Un risultato significativo (potremmo dire di outcome) di un sistema sociale dove sussidiarietà non è sinonimo di solidarietà sono i 48 milioni di persone non tutelate dal sistema di welfare. Fra questi i «minori» che vivono in condizioni di povertà sono 13.500.000, quelli con meno di 6 anni quasi 5 milioni. Il National center for children in poverty (Nccp) evidenzia con forza e preoccupazione questo dato, facendone il principale indicatore della propria analisi, sintetizzata periodicamente nel Young child poverty rate (Ycpr), cioè il tasso di povertà dei bambini con meno di 6 anni in rapporto al totale dei loro coetanei Usa che nel 2000 era il 20,6%, il più alto dei paesi industrializzati.

Una valutazione molto severa di questo andamento è quella realizzata da «Welfare justice now: the interfaith campaign to increase the cash grant: a moral issue» , predisposta da una rete di confessioni religiose, che mette in evidenza le molte contraddizioni sul tappeto, sintetizzabili in un fenomeno “inatteso” e contraddittorio: ad alti tassi di sussidiarietà non si accompagnano (necessariamente) equivalenti investimenti in solidarietà.

Il risultato è facilmente verificabile nell’incremento delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale. Esattamente il contrario, nel caso americano, di quello che farebbe supporre l’acceso dibattito nel nostro Paese, in cui si affidano a una maggiore sussidiarietà le soluzioni della attuale crisi di solidarietà. Ma sussidiarietà senza solidarietà genera sviluppo ineguale, in forte sintonia con la formula deteriore del «noi per noi e per i nostri» descritta in precedenza.

 

3. Solidarietà nella comunità locale

 

Le “nuove forme di solidarietà” hanno un sapore antico se si guarda alle loro strategie di radicamento nelle comunità locali. Hanno nel contempo organizzazioni nuove se si guarda all’attuale assetto dei rapporti tra istituzione e formazioni sociali.

Originariamente, nel nostro paese, si pensava che la sfera pubblica  coincidesse con quella istituzionale, di fatto assimilando l’azione delle istituzioni con l’intera area dell’azione di pubblica utilità, a servizio del bene comune.

Si trattava evidentemente di un modo riduzionistico di guardare la realtà, senza tener conto che molti soggetti sociali, non solo oggi ma nella storia antica e recente, hanno svolto azioni con l’obiettivo preminente di dare risposte altruistiche ai problemi delle persone e delle comunità locali.

In questo modo di pensare si è confusa la funzione istituzionale di alcuni soggetti pubblici (il comune, lo stato, le altre amministrazioni pubbliche) con la funzione di interesse pubblico che può e deve essere svolta dalle diverse componenti della comunità locale.

L’enfasi attuale sulla sussidiarietà non ha fatto altro che richiamare e attualizzare questa prospettiva e la necessaria articolazione delle responsabilità e delle collaborazioni da orientare al bene comune, valorizzando le diverse funzioni dei soggetti della comunità locale: alcuni a titolo istituzionale, altri a titolo di solidarietà sociale.

La successiva figura descrive come negli ultimi dieci anni si sia affermata una progressiva capacità di passare da una visione che identificava il pubblico con l’istituzionale ad una più matura capacità di riconoscere che l’interesse pubblico, il bene comune, può essere meglio costruito grazie ad un incontro di responsabilità e di risorse di diversa natura: istituzionali e sociali.

Per questo nella parte bassa della figura l’area della responsabilizazione pubblica è più ampia di quella istituzionale. La L. n. 328/00 (di riforma degli interventi e servizi sociali) sintetizza questo percorso di maturazione civile e culturale affermando che “alla gestione ed all’offerta dei servizi provvedono soggetti pubblici nonché, in qualità di soggetti attivi nella progettazione e nella realizzazione concertata degli interventi, organismi non lucrativi di utilità sociale, organismi della cooperazione, organizzazioni di volontariato, associazioni ed enti di promozione sociale, fondazioni, enti di patronato e altri soggetti privati… con la valorizzazione delle iniziative delle persone, dei nuclei familiari, delle forme di auto-aiuto e di reciprocità e della solidarietà organizzata.” (art. 1, comma 5)

 

 


Fig. 1 – Una comunità che impara a farsi carico dei propri problemi

 

 


Negli anni ’80 con il termine “privato sociale” si è voluto valorizzare anche culturalmente la necessità di una maggiore responsabilizzazione da parte di tutti i soggetti della comunità locale, contrastando i luoghi comuni che legittimavano una visione riduttiva del sociale, inteso come spazio dove gestire interessi privati, lasciando in ombra i doveri di solidarietà sociale.

La figura 2 descrive questo passaggio che supera l’assimilazione del sociale al privato per evidenziare la possibilità di un sociale attivo e partecipativo nella promozione e produzione di beni comuni a vantaggio di tutta la comunità locale. In entrambe le figure lo spazio nuovo evidenziato in basso a destra indica le potenzialità della sussidiarietà solidale a servizio dell’integrazione comunitaria.

 

Fig. 2 – Da un sociale privato ad un sociale spazio pubblico di incontro fra diritti e doveri di cittadinanza sociale


 

 

 


Pertanto se si investe in una piena responsabilizzazione dei diversi soggetti presenti nella comunità locale si devono privilegiare le condizioni che favoriscono scelte condivise: a livello di analisi e valutazione dei bisogni, a livello di selezione delle priorità e di verifica dei risultati.

Guardando la realtà non è difficile riconoscere gli ostacoli e le difficoltà derivanti dai conflitti di interessi, dalla separazione dei tavoli in cui si prendono le decisioni, dalla confusione tra volontariato e altre forme di impegno solidale, dalle voglie di protagonismo.

Spesso si assiste ad un andamento delle decisioni dove la programmazione si sviluppa per percorsi paralleli, non comunicanti, senza diventare piano regolatore dello sviluppo sociale locale, entro cui disciplinare l’incontro positivo tra diritti e doveri di cittadinanza sociale.

Ostacoli di diversa natura, insieme alla difficoltà di integrare le diverse fonti di risorse, rendono spesso velleitari gli sforzi di collaborazione e di integrazione, anche se, a ben vedere, non ha senso separare percorsi di decisione che riguardano le stesse persone, le stesse famiglie, le stesse comunità locali. Proprio su una questione così strategica è difficile trovare esperienze positive da indicare ad esempio.

Per questo il Piano sociale nazionale sollecita la necessità di «garantire unitarietà al processo programmatorio rendendo tra loro compatibili le scelte previste dal Programma delle attività territoriali  (di cui all'articolo 3 quater del d.lgs n. 229/99) e dal Piano di zona (di cui all'articolo 19 della legge n. 328/2000). Il Programma delle attività territoriali è il piano di salute distrettuale in cui sono definiti i bisogni prioritari e gli interventi di natura sanitaria e sociosanitaria necessari per affrontarli. Allo stesso tempo il Piano di zona è lo strumento per definire le strategie di risposta ai bisogni sociali e sociosanitari. È pertanto necessario che i due strumenti siano gestiti all'interno di un'unica strategia programmatoria»[1].

La nuova programmazione locale può, sotto questa luce, diventare spazio di cittadinanza solidale, a partire dalle decisioni sui servizi alle persone (il sistema locale di welfare) e premessa per forme di valutazione partecipata, comunitaria, dei risultati e delle responsabilità investite per ottenerli.

Si tratta di una prospettiva che qualche regione sta considerando seriamente, preparando in questo modo le condizioni necessarie per esperienze, per ora minoritarie per dare risposte più solidaristiche ai problemi delle comunità locali.

 

 

 



[1] Dal Piano sociale nazionale 2001-2003.