Appunti per fare Andrea Spini L'intreccio di linguaggi che
in questi giorni si è costruito giorno dopo giorno non ha dato luogo ad una waste
land: è questa la prima conclusione cui giungerebbe un osservatore
attento della summer school 2002. Eppure non ne sarebbero
mancati i motivi, anzi: nessuno dei partecipanti si è nascosto dietro
ottimismi di maniera. Anche chi - se non altro per rispettare il ruolo
ricoperto - avrebbe potuto far uso della retorica delle buone intenzioni, se
ne è astenuto. Si è preferito, da parte di
tutti, mostrare le incertezze, le
contraddizioni, le occasioni mancate, le promesse non mantenute con le quali
è proceduto (e procede) il viaggio di Europa. E tuttavia, né le analisi
critiche delle pretese totalizzanti della ragione strumentale, né la
rilevazione di nuove chiusure localistiche
(feroci nelle sue manifestazioni più estreme), né la segnalazione del
rischio di "desertificazione delle anime" prodotta dai processi di una globalizzazione incontrollata, né,
infine, la descrizione dell'estrema problematicità dell'incontro tra sistemi
religiosi diversi, hanno impedito di scorgere i fili con i quali -
contemporaneamente - si è iniziata a tessere il patchwork delle futura
identità europea. Fragili, sicuramente; sempre in pericolo di rompersi o di
avvilupparsi in nodi perversi, ma persistenti e ancora tesi a fecondare le
azioni degli uomini e delle donne che, quotidianamente, con passione e
ragione, si impegnano a costruire una vita fondata sul riconoscimento della
reciproca differenza e della reciproca uguaglianza. Nessuna "terra
desolata"alla fine delle nostre giornate di studio, quindi, ma neppure
illusorie cartografie per nuovi "assalti al cielo", quanto
piuttosto i risultati di un new commitment e che consistono
nell'acquisizione di una doppia consapevolezza, la prima relativa alle
possibilità della conoscenza, per esprimere la quale ci piace usare
l'espressione usata del grande Lucien Febvre
nella Prolusione pronunciata nel momento di insediarsi sulla cattedra di storia della
civiltà moderna nel dicembre del 1933, e che suona così: "mai
potremo trovare il punto dal quale è possibile vedere l'alba e il
tramonto" La
seconda, conseguente a quella appena ricordata, riguarda, invece, la pretesa,
continuamente rinnovata, di costruire istituzioni che assicurino la felicità
assoluta. A
questo proposito è Rousseau a ricordarci che "la debolezza dell'uomo lo
rende socievole; le nostre miserie comuni portano i cuori all'umanità (…)
Così dalla nostra stessa infermità nasce la nostra fragile
felicità"(Rousseau, Emile) Con
passione e ragione, il nostro sia sempre, com'è stato finora, un contributo
alla costruzione della "nostra fragile felicità" di uomini. |