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Introduzione ai lavori
della IX International Summer School on religions Arnaldo Nesti Per la prima volta, dopo nove
anni dalla sua fondazione la nostra Summer School si tiene a San Gimignano, in questo singolare ed
emblematico angolo di provincia europea, e speriamo fermamente che qui si
radichi, si sviluppi, e viva a lungo insieme al nuovo Centro Internazionale
di Studi sul Religioso Contemporaneo che sarà inaugurato nel prossimo
novembre. Colgo l’occasione da subito per porgere il mio grazie al Comune
di San Gimignano e alla sua amministrazione comunale, in primis al Sindaco
per averle dato una qualificata ed impegnata ospitalità. Per otto anni questa Summer
School si è svolta nel
castello-monastero di Badia a Passignano nel Chianti. La scuola estiva è sorta nel
1994, non come un evento della cultura- spettacolo né come manifestazione confessionale o di
parte, ma con la precisa intenzione di essere un tempo-occasione, in un luogo
speciale, per riflettere su tematiche particolari in vista di “ una
prospettiva europea che tenga conto della specificità del fattore
religioso”grazie agli apporti delle scienze sociali, per favorire la
comunicazione scientifica, al di là delle appartenenze disciplinari,
culturali e confessionali, per preparare e aggiornare studiosi e operatori culturali alla
lettura del fattore religioso nell’attuale fase di mutamento della società. Perché questa tematica
quest’anno?Ci ha spinto a questa scelta, in primis, il “je accuse”, la
denuncia contro il binomio Europa-Bruxelles, per la forte burocratizzazione e
la sua lontananza dai bisogni vitali della gente, raccolta fra i gruppi del
volontariato europeo durante una ricerca da noi coordinata per conto della
C.E. su E.I.W.S.R . Importante, poi, è stato lo
stimolo del poeta-presidente della repubblica ceca Vaclav Havel per arrivare
ad una Carta che descriva l’Europa come una comunità di destino, di valori,
di vita, di attività economica, di solidarietà sociale e di responsabilità,
per arrivare ad un’Europa vicina ai cittadini…con lo sviluppo della
cittadinanza europea. Quale la trama di questi
giorni? Dopo la prolusione di Giuliano Amato, la prima sessione è destinata,
proprio ad un anno di distanza dall’11 settembre al rapporto fra Europa e Usa con il suo “American
dream”.Le sessioni successive sono dedicate ad aspetti particolari della
cittadinanza europea sia in rapporto al nesso fra globalismo e localismo,
alle nuove forme di solidarietà, la questione dell’uguaglianza dei diritti e
della diversità dei soggetti, come alle questioni del lavoro,
dell’immigrazione, del welfare state. .Nel frattempo negli workshops
pomeridiani saranno al centro questioni connesse ad alcuni paesi già membri
della Unione come la Grecia o altri in attesa di essere ammessi come la Polonia,
la Romania, la Turchia..L’ultima parte avrà un risvolto latino americano e
più precisamente messicano :questo proprio per sottolineare le forti connessioni fra
l’Europa, in particolare della Spagna e dell’Italia, fra “las Indias de para
allà y las Indias de para acà”. All’inizio del secolo siamo
fra quelli che pensano che il compito
e la sfida che si presentano ora ai
membri dei diversi stati europei consistono innanzi tutto nella creazione di
una reale coscienza europea che si aggiunga, collegandosi strettamente, alle
coscienze nazionali e comunitarie già esistenti in Europa e che possa
proporsi come catalizzatrice dell’unità organica del continente.E’ nostra
convinzione che l’Europa non si farà mai, fino in fondo, se alla sua base
resteranno il Parlamento Europeo, il Sistema Monetario europeo o magari
commissioni per le “quote di produzione”agricola comunitarie.Istituzioni
fondamentali, sono destinate a
restare lettera morta se non saranno ordinate attorno ad un’idea di
cittadinanza e di identità fatta di differenze e di specificità nazionali,
locali, religiose, comunitarie, identità fatta di storie diverse, ma
convergenti, identità fatta di libertà e di diversità. Troppo a lungo
l’obiettivo il processo di
unificazione dell’Europa è stato dominato
dalle modalità successive
dell’approccio unilaterale di tipo economico del mercato comune. L’obiettivo della crescita economica è
diventato la molla più importante dell’unità europea; il dogma “da cui tutto
il resto deriverebbe” come si diceva e come si dice tuttora in certi
ambienti. Per continuare a vivere
insieme e armoniosamente in una Europa unita, occorrerà trovare una base
convincente d’unità e di convivenza
multinazionale nella diversità di
lingue, culture e regioni geografiche. Una società, afferma Paolo Ricoeur, non è vivibile che fino a
quando essa conserva suoi punti di
riferimento, sia come guida (punti di
orientamento), sia come norme che si propone. Il grande problema
attuale della cultura europea consiste, secondo lui, nella perdita di memoria della sua identità. Si
potrebbe parlare qui, con A.G. Weiler
(Nimega), di una
“Geschichtslosigkeit”. Per lo storico olandese, la perdita di prospettiva storica ha origine in una
specie di paralisi provocata dalle angosce totalitarie. Sono queste angosce
che c’impediscono di prendere in mano la nostra epoca e il suo destino
spirituale a livello dì ideale e di ispirazione creatrice. In questo stato
mentale a-storico, l’uomo contemporaneo cerca la sua salvezza in una società
di benessere burocraticamente pianificata e industrialmente realizzata. Così che nel momento stesso in
cui crede di sfuggire al pericolo
totalitario che lo ossessiona, cade suo
malgrado in una nuova ideologia totalitaria, quella della soddisfazione di tutti i bisogni umani in
una società consumistica, pianificata
razionalmente e realizzata
scientificamente con i mezzi spettacolari e crescenti della tecnologia moderna. Sono le conseguenze di
ciò che Paul Ricoeur intende per
perdita della memoria. Per lui l’Europa
non è tanto da inventare o da costruire, ma da ritrovare. Da ritrovare: mediante la lingua:per imparare la lingua dell’altro mediante la
memoria della cultura delle ferite inferte all’altro, del proprio vissuto: con lo scambio delle memorie;
mediante la riconciliazione: e mediante la Vigilanza (affinché quanto
bisognava esorcizzare nel passato non
si ripeta più):è il modello del
perdono. Occorre aggiungere che
l’identità storica è sempre in
movimento ed è sempre rimessa in questione. Perciò una società non può vivere senza progetti
comuni, che possano stimolare l’azione comune e la speranza condivisa. Va
ricordato che esistono oggi, accanto ai paesi che sono rappresentati ne
parlamento europeo, quelli dell’Europa orientale, dell’Europa centrale, di
quella eurasiatica.Ciascuno di essi possiede la sua storia ed il suo
specifico legame con altre parti del mondo.Nulla di questa ampia e articolata
tradizione dovrà venir meno. A nessuna parte di essa intendiamo rinunciare.
L’Europa, però, non può essere identificata con l’Occidente che rappresenta
una dimensione di civiltà nata senza dubbio dal suo seno, ma che è oramai
identificabile con una cultura incentrata sull’American
way of life, e tendente a imporsi a tutte le tradizioni, obliterando
attraverso un processo di omogeneizzazione e di livellamento teso a portare
alle estreme conseguenze lo sviluppo dell’individualismo e della società
fondata sul profitto e sul consumo.Per quanto nata da una radice europea ed
apparentemente prosecuzione di modi europei di vivere e di pensare, questa
società punta verso il cosiddetto processo di mondializzazione e di
globalizzazione, un meccanismo di mercificazione dei valori egemonizzato da
alcune centinaia di multinazionali che dirigono ormai anche governi e classi
politiche. Lungi
dall’accettare di sciogliersi e scomparire nella realtà omologatrice della
“cultura occidentale”l’identità europea con la sua storia, potrebbe semmai
espandersi fuori dai suoi confini continentali e recuperare quella grande Europa”fuori
d’Europa”:si pensi ai molti paesi che guardano all’Europa non come ad una
lontana progenitrice bensi come ad una vera e propria Madrepatria.(Dal Canda,
all’America latina, all’Australia) II° Andrea Manzella si interrogava in un suo articolo(Repubblica,
25 maggio 2002)su :”Il posto di Dio nell’Europa dei diritti”. Quale la
portata del fattore religioso nella costruzione di un’Europa umana e
democratica, questo è quanto anche noi, in modo particolare ci chiediamo. Gli orientamenti della Chiesa
cattolica nei confronti dell’Europa
sono stati al centro del sinodo dei vescovi che si è svolto a Roma
nell’ottobre 1999. Già in precedenza, nel 1991, si era tenuta un’assemblea
speciale dei vescovi cattolici sull’Europa nel clima di grandi speranze diffuso
dopo il crollo del muro di Berlino, essi si
erano interrogati sul tema della libertà e sulle nuove prospettive che
sembravano aprirsi per il continente europeo. Otto anni dopo, l’ottica appare
decisamente spostata su interrogativi che investono in modo diretto la collocazione e l’identità
stessa della Chiesa cattolica nella
società europea: la situazione religiosa dell’Europa ereditata alla fine del
Novecento e le prospettive della ‘nuova evangelizzazione’.Non si tratta di
temi nuovi: essi erano già presenti nel 1991 e sono emersi in molte altre
occasioni. Anche il magistero di Giovanni Paolo II se ne è occupato
ripetutamente. Appaiono però nuovi la sede,
particolarmente impegnativa, e il modo, forse più esplicito che in altre
occasioni, con cui i vescovi europei hanno espresso le loro valutazioni e
indicato le priorità. Nel corso del
sinodo è infatti emersa una generale consonanza intorno a una comune
valutazione che il cardinal Daneels, arcivescovo di Malines-Bruxelles, ha
così sintetizzato:”l’Europa non è più ‘naturalmente cristiana”. Il cardinal
Ruini, presidente della Conferenza
episcopale italiana, ha ad esempio affermato che “anche l’Italia, come quasi
tutta l’Europa, è attraversata da molto tempo, e soprattutto negli ultimi
decenni, .da quei fenomeni sociali culturali e morali che mettono in pericolo
le fondamenta stésse del cristianesimo” e monsignor Lehmann, presidente dei
vescovi tedeschi, ha dichiarato che in Europea “l’eredità cristiana è scossa
in profondità” e che “spesso mancano anche i presupposti affinché essa possa
essere scoperta e compresa”. A loro volta, il cardinal Eyt, arcivescovo di
Bordeaux, ha denunciato la “tranquilla apostasia pratica” delle giovani
generazioni dell’Europa occidentale e l’inglese Radcliffe, maestro generale
dei domenicani, ha descritto le difficoltà incontrate dalla Chiesa in
un’epoca che rifiuta i principi di autorità e di verità. La consonanza dei vescovi
europei intorno all’immagine di un’Europa non pìu naturaliter cristiana appare indubbiamente rilevante, specie se
si considerano le tante passioni che negli ultimi due secoli hanno circondato
il dibattito sul tramonto, . vero o presunto, di un legame essenziale tra
Europa e cristianesimo. Tra il XIX e il XX secolo, tale tramonto è stato
molte volte prematuramente preannunciato o
impropriamente descritto in una chiave ostile o
polemica nei confronti della Chiesa cattolica, suscitando reazioni
negative e rifiuti globali. Oggi molte passioni in questo
campo appartengono al passato ed è significativo che i vescovi parlino
liberamente della situazione religiosa dell’Europa, anche in termini critici,
senza che analisi e denunce provochino automaticamente reazioni
predeterminate da parte di schieramenti contrapposti. E’ necessario chiarire che la
domanda da noi posta non è sui rapporti fra l’Europa e la Chiesa cattolica,
fra l’Europa e le Chiese cristiane, è molto più ampia..Per molti secoli
l’Europa è stata la “terra della cristianità” fino alla sovrapposizione e
all’identificazione fra Europa e cristianità.Tale identificazione contrastava
con la presenza di numerosi cristiani
fuori da questo continente. A partire dall’età moderna eventi molteplici
hanno progressivamente incrinato tale identificazione.La riforma protestante
prima e l’illuminismo dopo hanno sviluppato un rifiuto esplicito della
cristianità come elemento decisivo dell’identità europea.(E non sto a parlare
degli intrecci e delle convivenze di cristiani e islamici.(cfr.F.Cardini, L’Europa e l’Islam, Bari-Roma,
Laterza, 2001)) Gli effetti combinati di
processi diversi come la secolarizzazione, la nuova coscienza della
soggettività e dell’autonomia, la trasformazione in senso multietnico della
società europea convergono a delineare uno sfondo comune in cui si sviluppa
oltre che il dibattito interno alle chiese in rapporto all’Europa, un cosmo
simbolico dotato di senso esistenziale in cui la problematica europea viene
ad incrociarsi con quello della
solidarietà, una nuova coscienza della cittadinanza e dei suoi diritti. Questo significa la presenza sempre più larga di
una mutazione societaria per cui lo spazio del religioso non si esaurisce in
quello ecclesiastico.Cioè si è di fronte ad un religioso i cui confini non si identificano con quelli del
religioso in senso confessionale quale che sia l’istituzione.Peraltro molti
che si dicono appartenenti ad una confessione e non di per se si rivelano
credenti e molti che si dichiarano credenti non di per se si ritrovano all’interno di un
concreto spazio confessionale. Recentemente è stato scritto che nell’Europa
moderna la distinzione fra credenza e appartenenza avrebbe prodotto una
situazione religiosa che è definita con il termine di “Religione vicariale”o
religione delegata.In altri termini l’europeo medio non va in chiesa, ma in
genere è contento che ci siano delle chiese che, in qualche modo, svolgono un
servizio di interesse collettivo. Una minoranza attiva praticherebbe la
religione al posto e nell’interesse della maggioranza che, almeno
implicitamente comprende e approva ciò che la minoranza sta facendo.(Grace
Davie, 2001). Personalmente non ritengo una
tale lettura convincente in quanto non tiene conto che in Europa le grandi
istituzione religiose per i loro radicamenti storici non sono solo fatti
religiosi, ma assolvono ad una quantità di funzioni socio-culturali. I grandi
riti connessi alla nascita e alla morte non sono un mero fatto religioso in
senso stretto.Le grandi feste dedicate alla Madonna o ai santi nelle realtà
locali non traducono solo un riferimento
rituale in senso liturgico.E’ importante non dimenticare la lezione crociana
che non vale solo per l’Italia. (Va sempre ricordata con
forza, per il valore di grande metafora, il senso dell’espressione del
regista Bunuel:”Io sono ateo per grazia di Dio”). L’immagine dell’Europa
cristiana è appannata. La complessità sociale e la
convulsa dinamica pongono di fronte a un proliferare di simboli e di beni
religiosi con un profilo variegato che vengono veicolati, confrontati e
rifinalizzati tramite il sistema comunicativo. ).Dunque, non è smarrita la
preoccupazione di dare un significato ed una giustificazione al mondo e alla
vita, non è venuta meno la preoccupazione di cosmizzazione di dare cioè una
ragione alla volta del cielo, di trascendenza(Berger).Appare modificato il
mercato dei beni religiosi.Si è di
fronte più che ad un universo a degli universi religiosi in cui i soggetti si
definiscono e si interpretano, si differenziano senza che possa essere
ancorata l’identità religiosa dei soggetti ad un esclusivo, peculiare modello
di riferimento.Le differenti religioni, spesso, oggi convivono e
interagiscono tra di loro in maniera da dare vita ad un fenomeno assai
accentuato e diffuso su vasta scala..Il credo del soggetto non dipende più
dalla trasmissione della fede, ma dalla scelta deliberata del soggetto:abbiamo
il passaggio dall’appartenenza all’opzione compiuta tra le molte possibili..[1] Si fa forte un’esperienza
religiosa fondata sull’”imperativo eretico”, per dirla con Berger,
l’imperativo cioè che implica un’autonoma scelta. Perché nasca entusiasmo e interesse per il progetto europeo si
rende necessaria un’identificazione personale e comunitaria con il senso di
questa Europa da costruire.Non mi pare all’altezza una politica delle idee
basata su un eclettismo razionalista
caratterizzato e fondato sull’arroganza eclettica dei Lumi.Né si tratta di
coltivare una nostalgia per la cristianità medievale. Si tratta di riconoscere il valore della realtà religiosa(molte
volte solo implicitamente presente) come dato storicamente, culturalmente
e moralmente incarnato nella realtà
sociale, multiculturale in cui i soggetti vivono e si formano Si tratta cioè di trovare nel
dialogo il terreno della convivenza che si nutre sia di conoscenza che di rispetto
reciproco, non solo in vista della sanità spirituale della società ma anche
per garantire la sopravvivenza di quelle virtù civiche sulle quali essa deve
fare assegnamento per poter funzionare. Quale dunque il posto di
Dio?:Mi pare da condividere la tesi che assegna a Dio non il posto di
un’insegna “da mostrare agli infedeli in un unione crociata..ma come
evangelica capacità di vivere in un’area vasta continentale, il rispetto dei
diritti degli altri e della non –Europa e delle generazioni future.“ L’Europa non è una pura
espressione geografica.La sua identità, deve essere considerata all’interno
della dinamica storica e del suo fluire. Come affrontare i problemi
aperti dalla globalizzazione della cultura e del mercato, dell’emergenza
planetaria costituita da nuove forme di povertà, di degrado ambientale, del
bene comune dei popoli di sfruttamento e di alienazione? Quale ruolo può
giocare, ad esempio nei confronti di una serie di atteggiamenti legato
proprio al fenomeno di fortissima localizzazione dei processi di
identificazione simbolica dei soggetti? All’ombra delle torri
medievali di San Gimignano non possiamo non pensare ad altre tormentate
torri simbolicamente diverse. Mentre passeggiano per le
strade donne e uomini spesso nomadi “sin loi y sin toit”, affiora la
necessità di un impegno per ritrovare “un’anima”(Delors) e saldare, tutti gli
spazi della società europea-e intendo dire di tutta l’Europa allargata
dall’atlantico ad est, Russia inclusa (S.Pietroburgo è parte della cultura e
della storia europea quanto Parigi, Londra e Siviglia) senza cedere alle
visioni catastrofiste dello scontro delle civiltà, lavorando per fare dei
molti nomadi di un mondo”alla McDonald’s” dei cittadini liberi e solidali con tutti i viventi del
mondo. Quale cittadinanza saprà
sviluppare, forte anche della sua coscienza religiosa(direi dell’opzione mistica per riprendere una tesi di
Troeltsch)l’Europa del futuro? Riferimenti
bibliografici Z.Bauman, La
solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano2000 F.Cardini, L’Europa e
l’Islam, Roma-Bari, Laterza, 2001. G.Davie,
La portée du facteur religieux dans la construction d’une Europe humasine et
democratique in Actes du Colloqui
organisè à Bruxelles les 12 et 13 novembres 2001, pp11-16. A.Giovagnoli, La
Chiesa cattolica e l’Europa, in “Europa Europe”, IX, 2000 n.2. A.Nesti, A che credono
quelli che dicono di credere, Meltemi, Roma, 2001 G.Ritzer, Il mondo
alla McDonald’s, Mulino, Bologna1997 |
[1] Meriterebbe semmai un’analisi circa le tipologie del
religioso contemporaneo:si pensi alle tipologie fondate sulla
destoricizzazione, la distanza dalla storia., all’ articolata fenomenologia
fondata sulla dimensione taumaturgica.La religione vale solo come affaire
sentimentale, meramente soggettivo, appartenente alla sfera intima che, in
quanto sublimazione fondatrice di senso del proprio ideale di
autorealizzazione, in nessun modo può essere formulato in maniera
intrersoggettivamente vincolante”.